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Provincia di Imperia

Quadro Fondativo Relazioni - Ambiente Urbano (e il paesaggio costruito)

LA RESIDENZA

Il problema della residenza nella nostra provincia, così come nel resto della Liguria e in gran parte dell'Italia, è difficilmente inquadrabile nella categoria della mancanza di abitazioni: infatti, vi sono (dati 1991) 147.000 abitazioni per 91.000 famiglie, pari a 1,6 abitazioni per famiglia, ovvero 62 famiglie per cento abitazioni.
In questo numero sono comprese tre categorie di abitazioni - quelle utilizzate per vacanze, quelle ubicate in luoghi dove non servono e quelle poco adatte a essere abitate per ragioni funzionali - che devono essere escluse dal conto. Inoltre si deve considerare una quota fisiologica - dell'ordine del 3% - di abitazioni non occupate per ristrutturazioni, traslochi, vicende ereditarie, ecc.
Al Censimento 1991, su 58.000 abitazioni non occupate, 48.000 circa erano dichiarate non disponibili (di cui 44.000 utilizzate per vacanze, le rimanenti per studio e lavoro) e solo poco meno di 10.000 (9.600) disponibili per essere o vendute (1.100) o affittate (6.600) o per entrambe le forme (1.900).

Dal 1991 al 1997, la popolazione della provincia ha registrato un aumento di 3.200 unità, pari all'1,5%. Nello stesso periodo, le famiglie sono aumentate di 5.800 unità, pari al 6,4%. Il dato non è sorprendente, rientra nella norma: in una popolazione che invecchia, la dimensione media delle famiglie continua a diminuire, quindi ne cresce il numero a parità di popolazione, e spesso anche se la popolazione è in decremento. Gli incrementi annui di popolazione sono decrescenti nel corso del periodo: 1300 unità nel periodo 91/93, 1100 nel 94, 960 nel 95, 420 nel 95/97.

Non sappiamo con certezza quante nuove abitazioni siano state costruite nel frattempo. Da dati disponibili presso la CCIAA, risulta un valore medio di poco più di 400 abitazioni/anno nel periodo 1992/97, dal quale si dovrebbe desumere - per confronto con le famiglie, e considerando che una quota del costruito è destinata al mercato della seconda casa - una certa diminuzione dello stock disponibile.
Abbiamo quindi due dati: le 400 abitazioni/anno effettivamente costruite (probabilmente sottostimate) e le 1.000 famiglie/anno in più (valore medio in decremento, che rappresenta una domanda aggiuntiva probabilmente sovrastimata).
Questi due valori, senza alcuna pretesa di esattezza, aiutano a inquadrare il problema nei suoi termini quantitativi.

Nell'esaminare, attraverso il mosaico degli strumenti urbanistici predisposto dalla Regione, l'offerta di aree edificabili residenziali, rileviamo la presenza prevalente di tre tipologie che è bene tenere distinte:
le aree di completamento, ovvero quei tessuti residenziali già sostanzialmente consolidati nei quali sono interclusi lotti ancora edificabili;
l'offerta residenziale organizzata, ovvero le zone residenziali di espansione, nelle quali il piano prevede la realizzazione di insediamenti di nuovo impianto, previa approvazione di uno strumento attuativo;
le aree a presenza residenziale ammessa, ovvero le aree agricole nelle quali è consentito, a determinate condizioni, realizzare edifici residenziali.

I CENTRI E NUCLEI STORICI

La tutela della memoria del territorio passa attraverso la tutela del patrimonio dei manufatti e nuclei storici.
In passato, questo obiettivo non è stato posto, o non lo è stato con sufficiente determinazione, onde la sofferta denuncia di Italo Calvino nei confronti di una Liguria "così poco attenta all'immagine di sé stessa che, anche dove quest'immagine è la ricchezza principale, come il paesaggio per molte località delle Riviere, l'attaccamento alla realtà pratica del momento è talmente forte che non ci si preoccupa di cancellare il paesaggio".
Sotto la grande spinta della domanda edilizia, il paesaggio della Riviera è stato smembrato e venduto a pezzi, molti centri storici sono stati inglobati e sommersi dalle nuove espansioni. Questa ondata non ha investito direttamente l'entroterra, se non in piccola parte, ma ne ha indirettamente accelerato la crisi innescando processi di svuotamento e di abbandono. Tuttavia, le testimonianze materiali del passato si sono qui in buona parte conservate, e ciò rende possibile ipotizzare un'azione di recupero e valorizzazione.

Non vi è dubbio che l'attenzione dell'opinione pubblica su questo tema sia più vigile che in passato, e che ciò si rifletta non solo in norme dei piani regolatori generalmente abbastanza restrittive, ma anche, in alcuni casi, in politiche attive di recupero, con erogazione di significative, benché insufficienti, risorse pubbliche.
I rischi che il patrimonio storico deve affrontare sono di due tipi:
- la decadenza dovuta a svuotamento e abbandono
- il deterioramento dovuto a interventi di recupero scorretti.

I fenomeni di abbandono e svuotamento più gravi hanno interessato ovviamente i centri e nuclei di piccoli comuni dell'entroterra nei quali i fenomeni di calo e di invecchiamento della popolazione datano ormai da molti decenni. Tuttavia, non mancano casi di svuotamento e deterioramento di singoli edifici o perfino di interi isolati, anche in nuclei di comuni non lontani dalla costa, che hanno una buona tenuta demografica, o addirittura si sono sviluppati negli ultimi decenni.
Dietro il fenomeno dello svuotamento dei centri storici si devono quindi leggere due processi distinti, variamente combinati tra loro:
- un processo geografico di ridistribuzione della popolazione alla scala territoriale ampia, dovuto al modificarsi delle opportunità di reddito e di lavoro;
- un processo urbanistico di riorganizzazione dell'insediamento alla scala locale, dovuto alla ricerca di condizioni abitative più confortevoli in case di recente costruzione.

Rispetto alle vicende delle epoche passate, siamo oggi in presenza di un fatto nuovo: la motorizzazione individuale di massa, che aumenta a dismisura la libertà di movimento e quindi di insediamento. Questa libertà è ulteriormente potenziata dagli sviluppi recenti delle telecomunicazioni e dell'informatica (Internet e la telefonia cellulare). Maggiore capacità di movimento e di comunicazione, elevati livelli di reddito, disponibilità crescente di tempo libero rendono meno vincolate le scelte localizzative così delle famiglie come delle imprese.
Tale maggiore libertà di insediamento può portare al ritorno, almeno parziale, in quelle sedi storiche abbandonate dai rurali che, per necessità o per scelta, si inurbarono mezzo secolo fa.

Nel pregresso, per la nostra provincia, ha prevalso la strada della suburbanizzazione e dei villini negli oliveti o tra le serre, piuttosto che il recupero dell'esistente. Le ragioni di questa tendenza sono state varie:
- l'oggettiva difficoltà ad adattare alle esigenze attuali molti edifici antichi, soprattutto all'interno dei centri storici;
- i vincoli e le norme (ad esempio, quelle igieniche) che talvolta rendono ancora più arduo il compito;
- il frazionamento delle proprietà;
- le difficoltà logistiche dei cantieri, i costi elevati delle ristrutturazioni di qualità;
- la presenza di un'ampia offerta di aree edificabili, o di immobili nuovi o recenti disponibili sul mercato, che non pone nessuno di tali problemi.
Su tale base può essere comprensibilmente una scelta razionale, per il singolo cittadino, di aver puntato sul nuovo anziché sulla ristrutturazione.

Il valore del nostro patrimonio storico, sia sul piano artistico - architettonico, che paesistico impone una maggior sensibilità nelle scelte di pianificazione e una maggior cura negli interventi di recupero, che consegue ad una crescita culturale e quindi anche formativa delle componenti tecniche (progettisti, tecnici comunali e di altri enti…) ed operative (imprese edili, artigiani….) che entrano in gioco. L'obiettivo da raggiungere è il "restauro" dell'immagine complessiva del nostro territorio.

· UNA LETTURA SECONDO "AMBITI TERRITORIALI D'INSEDIAMENTO"
In riferimento alle risultanze dell'analisi fondativa sullo stato della pianificazione urbanistica e tenuto conto della morfologia fisica del territorio, del popolamento, degli usi del suolo, delle attività economiche e delle articolazioni amministrative già operanti, la provincia è stata suddivisa in due settori (ponente e levante) e tre fasce (interna o montana, intermedia o collinare, rivierasca o costiera). Va precisato che si è deciso di adottare come unità territoriale di base il comune, rinunciando quindi a suddividere ulteriormente i territori comunali anche quando (come spesso accade) questi comprendono realtà morfologiche e insediative molto differenziate tra loro.Dalla intersezione di fasce e settori deriva immediatamente una partizione del territorio provinciale in sei ambiti territoriali omogenei (art.20, c.1- e della LUR) riferiti ai caratteri complessivi degli insediamenti, secondo il seguente schema:

Fascia/settore Ponente Levante
ENTROTERRA EP EL
MEDIO MP ML
RIVIERA RP RL

GLI SPAZI PER ATTIVITA' PRODUTTIVE

Nell'intero territorio provinciale, la carta dell'uso del suolo individua aree industriali e/o commerciali per 235 ha (a fronte dei quali abbiamo 708 ha di zone D previste nei piani). Colpisce la modesta entità delle zone già insediate: circa 10 mq/ab, a fronte di standars di occupazione (sul lordo territoriale) dell'ordine di 200 ma/addetto. Ciò indica che le aree produttive esistenti possono impiegare non più del 5% della popolazione. Solo due comuni -Sanremo e Imperia - hanno oltre 60 ha, solo sei più di 10 ha e ben 41 comuni dell'imperiese non hanno sostanzialmente alcuna area insediata. Pur scontando una certa imprecisione di una carta prodotta con altre finalità, appare evidente la sostanziale marginalità di questi spazi e delle tipologie produttive che li occupano nella realtà economica della provincia.

Le previsioni dei SUG portano quasi a triplicare quei valori, con localizzazioni peraltro non sempre attendibili. Infatti, si rileva una forte frammentazione delle zone produttive e commistione tra aree industriali già insediate e zone agricole, per lo più intensive, a dimostrazione di una diffusa difficoltà di organizzare un'offerta di aree produttive organicamente strutturate, che d'altronde non costituisce una sorpresa, in considerazione della sostanziale carenza nel territorio provinciale da un lato di spazi idonei, dall'altro di una domanda esigente.

Peraltro sussiste indubbiamente una domanda, sia pure modesta, legata da un lato alle esigenze di rilocalizzazione e razionalizzazione di attività impropriamente collocate nel tessuto urbano, dall'altro alla crescita fisiologica di nuove attività al servizio della collettività locale, quali commercio e distribuzione, depositi, piccola industria e artigianato, servizi pubblici.
Ma di contro, complessivamente, le previsioni dei piani non configurano una razionalizzazione dell'esistente, e prospettano al contrario un quadro dispersivo la cui attuazione comporterebbe alti costi di infrastrutturazione e sistemazione.

LE ZONE PER SERVIZI

Dentro questa voce, nella classificazione operata dal mosaico regionale, confluiscono in realtà destinazioni sostanzialmente diverse: aree per servizi propriamente dette (F1), aree infrastrutturali (F2), cave, discariche e impianti tecnologici (F3-F5), zone alberghiere (H1) e altre zone turistiche (H2), zone di rispetto e di tutela naturalistica, parchi e giardini (G1, G2). Queste ultime, pur concentrate in pochi comuni, occupano grandi superfici (dell'ordine delle migliaia di ettari), cosicché conviene considerarle a parte. All'interno delle zone F, hanno peso rilevante le previsioni infrastrutturali.

Confrontando le previsioni urbanistiche con la distribuzione degli usi reali del suolo, si può constatare come le zone F siano spesso tuttora occupate dagli usi agricoli originari e non soltanto quelle più marginali e periferiche, ma anche quelle più prossime o interne al centro urbano. L'impegno di soddisfare gli standard di legge è ormai da tempo scaduto a mero adempimento formalistico, che poco o nulla ha a che fare con le reali aspettative dei cittadini e volontà delle amministrazioni.
L'assenza di un adeguato livello territoriale e funzionale di riferimento e coordinamento è evidente anche dal semplice esame visivo delle carte tematiche.

Quello della pianificazione e programmazione dei servizi è un ambito nel quale, giustamente, la legge regionale attribuisce un ruolo importante al P.T.C. provinciale, con specifico riferimento a:
- il sistema del verde di livello provinciale,
- le attrezzature e gli impianti pubblici e di interesse pubblico di scala sovracomunale.
Questi due sistemi fanno riferimento a parametri di lettura del territorio molto differenti:
- principalmente fisici (naturalistici e ambientali) per quanto riguarda il sistema del verde territoriale,
- principalmente socioeconomici e demografici per quanto riguarda i servizi alle persone.
Rispetto a entrambi i comparti, assumono un ruolo essenziale - e per certi aspetti unificante - da un lato l'accessibilità, dall'altro le soglie di efficienza gestionale dei servizi.

La trattazione della materia dei "servizi", nel suo complesso, risente fortemente dell'originaria impostazione del DM sugli standard, molto schematica nelle prescrizioni e nelle classificazioni e che, in particolare, trascura una categoria funzionale per noi oggi essenziale: i servizi "per la competitività", con particolare riguardo a quelli destinati al potenziamento dell'attrattività turistica: spiagge, golf, porticcioli, percorsi per equitazione, ciclismo, trekking e quant'altro.

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